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giovedì, 08 ottobre 2009

I rituali molto uguali delle lauree triennali

Parte prima: un applauso ci seppellirà

Da alcuni anni a questa parte, le persone applaudono.

Sentono il bisogno, in qualsiasi ambito della dimensione collettiva, di aggiungere la chiosa, esprimere rumorosa commozione, quasi che fossero guardati, quasi che partecipassero al finale di un film. Proprio dallo schermo deriva questa invasiva usanza - ma da quello piccolo della televisione. Dai salotti pomeridiani, ai talk show, poi via ad invadere la 'realtà'. L'applauso in poco tempo ha guadagnato spazio e credito nelle cerimonie ufficiali e nelle celebrazioni - ai battesimi, alle premiazioni, alle cresime, ai matrimoni. Mi hanno solo raccontato di applausi ai battesimi - al mio non ricordo, ma l'usanza non c'era ancora. Ad ogni modo, è piuttosto grottesco. Ma il peggio arriva al fin della vita: l'applausometro ai funerali 'importanti', per misurare la caratura e la fama del cadavere. Lo spellarsi le mani alla fine del minuto di silenzio, come se non fosse già significativo quel lasso di tempo surreale, dove centinaia di persone (se è il caso di un ritrovo collettivo) cessano per poco il loro chiacchiericcio. Quella è una commemorazione; l'applauso che segue è solo l'inizio del ritrovato frastuono.

Ma torniamo alle lauree. Anche alle cerimonie di laurea si applaude. Un tempo solo alla fine, ora anche in altri momenti significativi: la fine della dissertazione, la pausa tra un candidato e l'altro. Molti attori misurano la maleducazione di un pubblico in base alla tempistica degli applausi; se questi giungono prima della fine di una frase, oppure in un momento di tensione drammatica, il nugolo entusiasta è giustamente considerato anche un po' maldestro. Allo stesso modo succede durante la sessione di laurea: il presidente neanche può terminare il "la dichiaro dottore in Qualcosa, col punteggio di .." che la schiera dei fans non si trattiene più, e comincia ad applaudire e urlare, con lieve disappunto - talvolta - del candidato stesso.
Come nel caso del minuto di raccoglimento, certe volte il silenzio è molto più pesante dell'applauso. Quando ogni momento diventa celebrazione, significa che più nessuno lo è. Ogni nota si perde in un magma indistinto di rumore. Non costa nulla applaudire, è un gesto elementare. Stare in silenzio costringe a pensare. Poi, certo, per chi non è abituato, pensare è sconsigliato, come canta Guccini.

Parte seconda: delirio codificato

Ma veniamo alla parte successiva della cerimonia di laurea: altrettanto ricca di interessanti dinamiche di gruppo. La claque del candidato, la stessa presente in aula, lo scorta fuori dall'edificio, solitamente dopo una investitura di alloro. Potrebbe anche andare, se non fosse per la variante "a forma di ciambella gigante" - le cui dimensioni permettono al candidato di reggerla solo come grande collana, col grottesco effetto di farlo assomigliare alla giovenca vincitirice di un concorso agricolo, oppure ad un sito di sepoltura adornato dalla corona inviata dall'ufficio del sindaco (alla vostra destra).


A questo punto cominciano, scanditi a distanza di pochi minuti l'uno dall'altro, i cori: "Dottore, dottore, dottore nel buco etc.."  Sospetto che la natura e caratura di questo inno generazionale sia vicina parente del "po-po-po" dei mondiali. Ma chi ha inventato questo slogan orribile? Le sue radici sembrano essere antiche. Forse un fresco laureato in medicina delle parti gastro-interiche. Ma non distogliamo l'attenzione dalla sequenzialità del rito.

La comitiva si dirige al luogo della goliardia. Qui i parenti lasciano campo libero ai sadici amici del candidato - i quali indossano i panni dei 'nonni' alle prese con la recluta al suo primo giorno nel dormitorio militare, e scatenano ogni risorsa idrica e culinaria per garantirgli un analogo trattamento.
Piovono uova, verdura, sugo barilla, cera e tempera. Ma fosse questo! Il problema è che la stessa cosa succede a fianco. E ancora alla 'stazione' successiva. Si scopre che tutti i dintorni sono popolati di piccoli gruppi, che ripetono gli stessi identici riti, con pochissime variazioni. La patina grottesca è garantita da questa miscela: atti di grande delirio, ma tutti codificati nei minimi dettagli. La follia standardizzata. Mi viene il sospetto che esista anche una agenzia di catering, che vende le uova, il sugo barilla, l'alloro, magari un sacco di tela in cui incelofanare preventivamente il candidato, perchè non si sporchi troppo.

Anche il luogo prescelto è standard. Le teste 'allorate' si dirigono tutte lì, un po' come i turisti giapponesi a piazza San Marco. Ed allo stesso modo, fior di esercenti traggono gusto e profitto nell'approfittare di questa ritualità codificata, piazzato nei posti giusti i cartelli "si organizzano feste/banchetti/buffet di laurea".
In una grande città universitaria, ad esempio, esiste un lungo viale delle celebrazioni, con alberi posti alla giusta distanza. Un posteggio per piccole claque. Ad ogni albero viene appiccicata una poesia, che narra la storia del candidato. Tutto molto simpatico, e probabilmente anche di grande soddisfazione e divertimento per chi vi partecipa attivamente. Ma dall'esterno non si può non notare come tutti gli alberi abbiano i cartelloni della stessa fattura. Si intuisce che sono fatti in serie da una qualche copisteria. Qualcuno deve aspettare il proprio turno, che finisca l'altro, con il proprio cartellone in mano - forse dovremmo piantare nuova vegetazione. Ancora, le vessazioni a cui sono sottoposti gli allorati hanno le caratteristiche del rituale, allo stesso modo in cui, come detto prima, le matricole ricevono il loro bagno di nonnismo, oppure i giovani del villaggio ricevono il rito di iniziazione all'età adulta. Ciò che distacca l'evento della laurea da questi altri è l'azione normalizzante del marketing, l'impronta televisiva, così come l'incredibile uniformità dei vari festeggiamenti. Tutto ciò lascia come un'idea balzana in testa: che alle persone piaccia agire all'unisono, mossi da convenzioni immaganizzate in modo subliminale. "Non l'hai certo scoperto tu!" Avete ragione.  Allora applausi, allori, uova e stuzzichini. E via che ricominciamo.

martedì, 15 settembre 2009

Uskebasi : chi l'ha visto?



E' interessante notare come, nonostante la sempre citata immensità e frammentazione dell'oceano di Internet, certe notizie vengano tramandate di pagina in pagina con il copia ed incolla.

Cercate ad esempio "Uskebasi" su google. Lo fate perchè i vostri principali riferimenti culturali sono i fumetti della Bonelli, e questo personaggio, citato nel n.39 di Dylan Dog, vi è particolarmente rimasto impresso. La storia era bellissima, suggestiva, meditativa; il suo protagonista taciturno, "Il signore del Silenzio", eremita biblico a cavallo di coniglio gigante, è una figura che ritorna periodicamente, nei ricordi (ormai 15 anni dall'uscita dell'albo) e negli archetipi della tua memoria. Ma da dove proviene Uskebasi?

Dalla fantasia del soggettista. O forse no: l'albo fornisce più di un riferimento alla letteratura delle origini, alla Bibbia, ad eventi (fintamente?) tangibili, da porre in relazione con la figura dell'eremita.
Riporto il riassunto che comparve su questo spazio circa un anno addietro:

Un filosofo della mitologia ebraica vissuto (?) al tempo di Re Salomone. Egli era stato incaricato dal sovrano di interrogarsi sul grande quesito dell'umanità, quale sia il senso della vita, e fare ritorno solo nel caso avesse trovato delle risposte.
Uskebasi si ritirò a meditare su un'eremo dell'Anatolia centrale per trenta anni, senza proferire parola nè vedere altri esseri umani.
Ritornò alla corte di Re Salomone con un libro. I consiglieri esaminarono il manoscritto, e furono trovati suicidi. Il segreto che vi era scritto era così atroce che essi non avevano potuto sopportarlo. Il re, salomonicamente, decise che del significato della vita poteva anche fare a meno, e fece distruggere il libro.

Premetto che il particolare dell'Anatolia centrale me lo sono inventato io (non crederete mica a tutto quello che vi racconto!), il resto è tutta l'informazione che su Uskebasi fornisce il fumetto in questione.

Mi resta però il dubbio che qualche testo extra-dylandog che parli di Uskebasi possa esistere. O almeno qualche tradizione orale. Poiché non posso consultare rabbini e filologi, ho consultato Google, con il risultato di trovare un minimo ed un massimo di informazioni sull'argomento. Il minimo è dato da pagine di Facebook, myspace, blog, dove gli utenti si sono registrati con il nickname "Uskebasi". Il massimo invece consiste negli stessi dati che ho fornito sopra io, non uno di più. Tra l'altro, ho trovato addirittura persone che hanno fatto copia incolla di ciò che io avevo scritto, come se fossi una fonte autorevole!

Tuttavia, nessuno aveva notizie sulle fonti originarie da cui proviene l'enigmatico Uskebasi. Se intendete provare con "Uskebasi AND Salomone", o lanciarvi in "Uskebasi AND Kebra Nagast" , sappiate che non c'è nulla di più.
Io mi trovo ad un binario morto. Oserei dire che questo è un caso per Casaubon, il "Sam Spade della cultura" - personaggio del Pendolo di Focault di Eco, che si inventa il lavoro di ricercatore di informazioni bibliografiche.
In sua mancanza, mi rivolgo a voi, rabbini, filologi, mitomani e persone di altro genere, perchè possiate  soddisfare la mia curiosità e rivelarmi quali sono le fonti dietro del Signore del Silenzio.
lunedì, 31 agosto 2009

Fatti che catturano l'immaginazione.



Rassegna stampa #1.


Inter, Materazzi Denuncia 'L'ispettore Coliandro'

31 agosto

Il difensore dell'Inter, Marco Materazzi ha denunciato il programma tv 'L'ispettore Coliandro'. A confermarlo è Marco Manetti dei Manetti Bros. durante la conferenza stampa di presentazione della prossima serie della fiction Rai.

"Abbiamo ricevuto una denuncia dal giocatore perché durante un episodio della scorsa stagione una persona, perdendo al Fantacalcio, ha commentato rivolgendosi al giocatore: "Si è fatto espellere un'altra volta". Materazzi ha chiesto un euro per ogni spettatore contattato.

(Ansa.it)


Il virus gigante.

28 Agostro

Nel 1992 nell'acqua del condizionatore di un ospedale americano fu trovato un nuovo tipo di virus, più grande di un batterio, con dieci volte più geni di un virus comune, ma ancora incapace di riprodursi da solo.

(il Venerdì di Repubblica n.1119)
postato da: VegetableMan alle ore 15:04 | link | commenti
categorie: cronaca, virus, materazzi, ansa, condizionatore, pandemia, coliandro
giovedì, 20 agosto 2009

Quelle erculee tedesche dell'EsT - l'Uomo Nuovo del doping di stato.

Se scorrete la lista dei record dell'Atletica femminile, scoprirete che alcuni sono imbattuti da prima della caduta del Muro.

400 metri - Record del mondo : 47.60 s ( Marita Koch, DDR 1985)
Staffetta 4x100 - Record del mondo :  41.37 (Gladish, Rieger, Auswald, Ghor, DDR 1985)
Lancio del disco - Record del mondo:  76.80 m (Gabriele Reinsch, DDR 1988)
Salto in lungo (indoor) - Record del mondo : 7.37 (Heike Dreschler, DDR 1988)



17 milioni di popolazione, 409 medaglie olimpiche in cinque edizioni dei giochi: da Monaco '72 a Seul '88. La DDR era una fabbrica dei record, soprattutto in campo femminile. Queste tedesche dal volto scavato, il naso acquilino, la voce baritonale e i bicipiti gonfiati, dominarono in lungo e in largo per due decadi. Alcuni nomi: Marita Koch, Heike Dreschler, Heidi Krieger, ma soprattutto la mitica Jarmila  Kratochvilova - cecoslovacca, ma della scuola est-europea delle ragazze DDR.

Jarmila rimase un'icona, citata anche dagli Offlaga Disco Pax in una loro canzone (Robespierre, in Socialismo Tascabile 1997). Aspetto da armadio a due ante, fa molta più tenerazza oggi, quando la vecchiaia ha accentuato quei pochi tratti femminei. Allora, era un trattore frantuma-record, che lasciava a 15 metri di distacco le avversarie più vicine. Ha portato gli 800 metri a 1:53:28 nel 1983 - e questo tempo resiste ancora, il più longevo dell'atletica leggera. Curiosamente, è stata proprio un'altra atleta dall'aspetto mascolino, Castor (!) Semenya,  a portare in questi giorni gli 800 a tempi prossimi al record (1:55). Ma resta difficile pensare ad una donna, che possa riprodurre l'incedere potente ed inesorabile di Jarmila.


Ma torniamo alla DDR. Da quando ci sono i giochi olimpici, lo sport è turbato dagli equilibri della politica internazionale. I risultati degli atleti diventano strumento di propaganda, un attestato la forza di una nazione.
Per sfruttare questa vetrina, la Repubblica Democratica Tedesca divenne un laboratorio del doping su grande scala, l'ormone di stato la via più diretta per creare l'uomo nuovo - anche se si tratttava di una donna.
Proprio sull'atletica femminile i medici più autorevoli concentrarono i propri sforzi: la naturale mancanza di potenza e muscolatura può essere aiutata ed accresciuta con mezzi propri, di cui allora si conosceva scarsamente il reale funzionamento, men che meno si era consapevoli degli effetti collaterali.

Eccoci dunque alle Olimpiadi di Montreal 1976: 11 medaglie d'oro su 13 vanno alle nuotatrici tedesche. Risultati clamorosi, raccolti da donne visibilmente irsute, che raccolgono l'invito dei microfoni con vocioni i quali fanno sobbalzare i giornalisti.

Otto anni dopo, le donne-uomo della DDR ottengono il risultato ancora oggi più clamoroso: 41:37 nella staffetta - l'apoteosi del lavoro di squadra, primato precedente polverizzato. Dopo Stati Uniti ed Unione Sovietica, nel medagliere ci sono loro.

**********

Oggi, queste atlete vivono gli effetti di una Chernobyl sportiva. Un quarto ha il cancro, Un terzo soffre di irregolarità ormonali, la metà di problemi ginecologici. Numerose sono morte prematuramente. Il caso più clamoroso ha riguardato la già citata Heidi Krieger, che oggi ha cambiato sesso e si chiama Andreas. Campionessa di Lancio del martello a metà degli anni '80, ha  visto la propria femminilità scomparire, il seno atrofizzarsi, peli cresciere ovunque, fino all'emergere di una mascolinità - forse già presente, ma certo accelerata dall'abuso di farmaci. Documenti dell'epoca, esaminati oggi, rivelano una consuetudine quotidiana con ormoni e steroidi. La Krieger ha assunto, nel solo 1985, 2590 mmg di Oral-Turinabol, mille di più di quanti ne avesse dentro Ben Johnson a Seul.

A testimonianza di tutto questo, più che i risarcimenti valgono quei record citati all'inizio. A quei tempi e quelle misure non crede più nessuno, ma non sono stati cancellati. Allora diventa molto difficile batterli, senza gli aiuti supplementari. Potrebbero restare intatti per decenni, a monito della storia di quelle tedesche dell'Est, che sono diventate uomini e hanno spostato l'asticella al di sopra di ogni femminile sforzo.
sabato, 01 agosto 2009

Il Pamphlet, vecchio amore.

Wikipedia:

Il pamphlet: genere letterario che consiste in un testo breve, per lo più con intenti polemici. (e, aggiungerei io, provvisti di titoli 'strillati' di forte impatto!)


Accidenti! Provate a cercare "Pamphlet" su Google, fiduciosi di trovare la home page di qualche cultore del genere...e invece nulla! E' doveroso allora riparare in minima parte, con una top Five del genere.
Il Pamphlet in  Italia è stata soprattutto una letteratura politica. Il suo periodo d'oro sono gli anni '70, quando la strategia della tensione e le stragi di stato diedero agli osservatori un bel po' di materiale su cui lavorare.

#1 - Giorgio Steimetz (pseudonimo) : Questo è cefis - Agenzia Milano Informazioni, Milano 1972.



Sottotitolo: l'altra faccia dell'onorato presidente.

Doveroso primo posto, per quello che è l'archetipo del pamphlet anni settanta. Primo motivo: è rigorosamente anonimo (chi si cela dietro Giorgio Steimetz?). Secondo motivo: ritirato immediatamente dal mercato, mai ristampato, è oggi introvabile (a meno di volerci versare qualche centinaio di euro, su E-Bay). Terzo motivo: il soggetto è nientemeno che il principe dei Pamphlet, Eugenio Cefis - principe, s'intende, in veste di imputato e non di accusatore.
Eugenio Cefis, tra Eni e Montedison, è stato uno dei più potenti imprenditori italiani. Il suo nome è stato accostato a tanti misteri, tanto da rivaleggiare con quello di Giulio Andreotti: come mandante dell'omicidio di Enrico Mattei, come defraudatore delle casse dello Stato (vedi Razza Padrona), come mandante dell'omicidio di Pasolini, come fondatore ed eminenza grigia della loggia P2.
Quello che è certo, è che la figura di Cefis ha ispirato una generazione di Pamphlettisti, in rappresentanza di un male oscuro, una miscela di eversione, capitalismo, mani sporche di sangue, piene di soldi, trame sotterranee.
Da riscoprire: Petrolio, di PP Pasolini - indagine romanzata sulle connessioni tra Cefis e gli anni dei Golpe e delle stragi.
Fonti: il pamphlet in versione (quasi?) integrale.


#2 - Guido Giannettini : Le mani rosse sulle forze armate - Savelli, Roma 1975.



Per chi ha avuto l'ardire di cercare questo introvabile libello - è circolato in poche copie solo negli ambienti militari - il divertimento (?) è assicurato. Troverete una sorta di manuale Scout in salsa fascismo del terzo millennio : come organizzare un campo d'addestramento nel bosco, come mobilitare sacche di resistenza anti-comuniste, come fronteggiare con l'intervento armato i cosacchi che stanno per abbeverare i cavalli a San Pietro. Guido Giannettini, sinistro figuro, è stato probabilmente uno dei principali artefici della strage di Piazza  Fontana, nonchè invischiato in gran parte dei loschi affari riguardo militari, servizi segreti, neo-fascisti, negli anni '70. La sua 'carriera' denota una coerenza di fondo - non contento di ciò di cui era stato responsabile nel nostro paese, è andato ad organizzare dittature in Sudamerica, per poi rifugiarsi nel Portogallo di Salazar! Insomma, un buontempone, così nero che a confronto Pino Rauti era rosso.
Alla sua passione per l'eversione fascista, Giannettini aggiungeva un tocco di pan-militarismo. Già dal titolo, il Pamphlet reca la tesi che l'autore intende sostenere: il pericolo del comunismo si cela addirittura in seno alle forze armate italiane. Contestualizzato nella 'guerra dei generali' interna al SISDE in quegli anni, un libricino che ha fatto epoca, un vero e proprio manifesto dell'orrore della stagione stragista in Italia.
Nota storica: 'Le mani rosse...' fu una delle prove principali del collegamento di Giannettini con vari apparati dello Stato, nell'ambito del processo sulla strage di Piazza Fontana.

#3 - Eugenio Scalfari, Giuseppe Turani : Razza padrona - Feltrinelli, Milano 1974.
 


Sottotitolo: Storia della Borghesia di Stato.
Già da qualche anno, Scalfari si era ritagliato un ruolo di spessore nel giornalismo italiano. Il suo "L'Espresso" aveva fatto sensazione con servizi che nulla hanno da invidiare ai pamphlet di cui sopra: la rivelazione del Golpe Sifar (1967), l'emergere della pista nera nell'istruttoria di Piazza Fontana (1970), le inchieste su Calvi, per finire con la diffamatoria ed iper-pamphlettistica campagna contro il presidente Leone.
Nel libello, gli autori tratteggiano i caratteri della "Borghesia di Stato" - il manipolo di capitani d'impresa che foraggiano il capitalismo italiano con i finanziamenti pubblici, i salvataggi delle aziende in difficoltà, in una commistione di interessi politici ed interessi privati.
Ad impersonare il "borghese di Stato" per antonomasia, manco a dirlo, c'è ancora il nostro amico: Eugenio Cefis, in riferimento al quale, nell'ambito del salvataggio della Montedison, Scalfari e Turani non esitano a parlare di "saccheggio" ai danni delle casse statali.

#4 - Pascal Bruckner : Il singhiozzo dell'uomo bianco - 1985 (Ristampa Biblioteca della Fenice 2008).



Chiude la rassegna un libricino posteriore, molto anni ottanta e poco anni settanta. Pascal Bruckner ("un fanatico", nel giudizio di Luciano Canfora) ha in odio i 'miti terzomondisti': cioè l'atteggiamento che il primo mondo si è formato nei confronti dei paesi poveri, in un misto di compassione e solidarietà. Come in una parodia del cristianesimo, questo nuovo culto vede nel Sud il Salvatore, che redimerà tutti i peccati del capitalismo e l'industrializzazione.Bruckner invece intende porsi nei confronti del terzo mondo senza stereotipi, finto pietismo, pregiudizi positivi o negativi. Ci riuscirà? Di certo, ciò che è riuscito a fare è trovare un meraviglioso titolo: grottesco, curioso, assurdo - molto, molto pamphlettistico. Ma per il resto, che 'nostalgia' per i libercoli naive degli anni '70!